04/03/2018

COMMENTI ALLE LETTURE DOMENICALI

III DI QUARESIMA Domenica di Abramo –Salvaci, Signore, nostro Dio

Anno B – Rito Ambrosiano

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don ANGELO CASATI -traccia di riflessione

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 don GIANANTONIO BORGONOVO:

Prima lettura  : Es 32,7-13b

Seconda lettura – : EPISTOLA: 1 Ts 2,20 – 3,8

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 Da: “ I SALMI”  di D.M. Turoldo – G. Ravasi  – Pag 370-371

 SALMO: Sal 105 (106), 6-7c. 43ab. 44-46

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 don ANGELO CASATI – traccia di riflessione

 E’ duro lo scontro, tra Gesù e i rappresentanti religiosi del suo tempo. E’ faticoso da sopportare, anche da leggere, penso anche da ascoltare. Ed è un discorso per i credenti.

Suppongo non vi sia sfuggito l’incipit del discorso: “Gesù disse a quei giudei che gli avevano creduto…”. Non è un discorso agli atei, è un discorso ai credenti, a quelli che dicono di possedere la fede. E io dovrei ascoltarlo immaginandomi come uno di loro, come uno di quelli che sostengono di credere.

Credere, la fede? La fede non è un oggetto o un pacco. E se uno ce l’ha, ce l’ha per tutta la vita. Per tutta la vita è bene che io mi  interroghi, perché anch’io, come i giudei del racconto, posso sbandierare appartenenze, ascendenze, e non essere libero, ma schiavo.

Che la fede sia cammino, che la fede conosca fraintendimenti e regressioni o, al contrario, accensioni, progressi, ci viene ampiamente segnalato dalle letture di questa domenica. Per esempio Paolo, scrivendo a quelli di Tessalonica, non nasconde la sua soddisfazione per quanto su di loro gli è stato riferito da Timoteo, che è ritornato e gli ha portato notizie buone della loro fede: “Siete voi” scrive “siete voi la nostra gloria e la nostra gioia”.

Potessero dirlo anche di noi. Commovente anche – mi dicevo – questo rapporto tutt’altro che spento tra la comunità e le guide della comunità, vibra un affetto, una vicinanza, una passione.

Non ebbe invece notizie buone del suo popolo Mosè, quando, disceso dal monte, dove aveva conversato da amico con Dio, trovò che la sua gente si era affidata a un vitello d’oro. Eppure il popolo aveva creduto nel Dio liberatore, che lo aveva portato fuori dalla terra di soggezione, l’Egitto. Ora vive un momento di regressione. Può capitare anche a noi. Il popolo è tentato, come noi, dall’idolatria, che è il vero peccato: spostare la propria adesione da un Dio diremmo troppo spirituale, che parla ma non si vede, a qualcosa di più tangibile, diremmo di più concreto, cui affidarsi. Come dicessero: l’invisibile non è affidabile. Lo diciamo spesso anche noi. Forse a parole no, ma con la vita sì. Anche noi ripieghiamo su altro, ci pieghiamo ad altro. E Dio si sente offeso, dice che il popolo l’ha stancato e che è ora di farla finita, troppo ondeggiante quel popolo. Come noi!

Ma Mosè, che ha conversato con Dio come con un amico, sa qual è la vera passione di Dio, sa che, se si è adirato, è solo perché a quel popolo vuol bene. Mosè porta Dio – perdonate se mi esprimo così – a più miti consigli. Mosè conosce il suo popolo, le tergiversazioni e le incoerenze del suo popolo, ma conosce anche Dio e può anche permettersi di dire a Dio che lui privilegi per sé non ne vuole, che lui una sorte diversa dal suo popolo non l’accetterà mai, vivrà o morirà con il suo popolo. “Salvo da solo” è per lui un’idea insopportabile. Vi confesso che leggevo e mi commuovevo. Lo percepivo come un insegnamento prezioso: il rifiuto di un privilegio, anche se per assurdo ti venisse da Dio.

Rifiutarlo, per stare nel bene e nel male con il proprio popolo, in un destino inestricabile.

Bellissimo, c’è da imparare, o, almeno, io, io ho da imparare.

Ebbene sul cammino della fede, e sugli agguati alla fede lungo il cammino, avrebbe molto da dire questa durissima controversia del vangelo tra Gesù e le rappresentanze ufficiali della religione. Si affrontano due modi di vedere Dio e, di conseguenza, due modi di vivere la fede. Sulle labbra di Gesù e dei suoi oppositori – è sconcertante – trovi le stesse parole: Dio, Abramo, verità, libertà, schiavitù, peccato, indemoniato, figlio. Si confrontano e si scontrano due modi di intendere diametralmente opposti.

E centrale, mi sembra, è la parola Padre, ripresa ben quattordici volte nel nostro brano. Ma con significati totalmente diversi in Gesù e nei suoi oppositori. A ben guardare loro hanno collocato Dio nell’immagine di un Padre che ha in sospetto la libertà dei figli, sino al punto di togliergliela, un padre antagonista che non dà spazio ai figli, li reprime.

Al contrario Gesù con la sua vita è venuto a raccontarci un Dio che non solo non reprime ma dilata, un Dio che non solo non chiude, ma dà orizzonti alla vita, un Dio pronto a sacrificare se stesso purché noi abbiamo vita, un Dio che non ci schiavizza e non ci vuole schiavi di nessuno. Nella controversia abbiamo sentito Gesù parlare di vita, di verità, di libertà, ma non come fossero parole astratte. Lui, la vita, Lui la verità, Lui la libertà, fatte persona. Da guardare. E da seguire.

Il dibattito è duro, ma, mentre lo ascolti, sembra di assistere al miracolo: Gesù è il miracolo, è un miracolo di libertà, mentre gli altri, più li senti, più ti appaiono come la deriva, triste deriva, dello spegnimento della fede, di una religione attorcigliata su se stessa. Uomini del recinto Hanno costruito un recinto, l’hanno chiamata appartenenza. Hanno abbassato i monti, l’hanno chiamata religione. Hanno impoverito l’orizzonte, l’hanno chiamata fede. Hanno spento i sentimenti, l’hanno chiamata ascesi. Hanno svuotato il comandamento, l’hanno chiamata morale. Hanno zittito le coscienze, l’hanno chiamata ubbidienza. Hanno chiuse le porte, l’hanno chiamata identità. Hanno ucciso i profeti, l’hanno chiamata ortodossia.

Stanno per uccidere il profeta, il profeta di tutti i tempi, già hanno raccolto le pietre per scagliarle contro di lui e la chiamano difesa dell’ortodossia. Ci riusciranno tra poco, accusandolo di aver bestemmiato, di aver fatto previsioni infami sul tempio. Un pericolo per la religione.

Uno spaccato, uno spaccato della storia di tutti i tempi. Dobbiamo stare in guardia. Dalla menzogna, dall’ipocrisia. Meditando le parole di Gesù, così come le ha trascritte Giovanni, penso ci rimanga dentro un monito preciso – da rispettare! – su dove mettere il nome di Dio o su dove non metterlo. Se c’è asservimento, non mettere, guardati dal mettere il nome di Dio; se c’è chiusura non mettere, guardati dal mettere il nome di Dio; se c’è presunzione, se c’è urlo, se c’è esibizione, se c’è disamore, se c’è mancanza di passione, se c’è menzogna, se c’è meschinità, se c’è irrisione dei sogni, non mettere, guardati dal mettere il nome di Dio. Sarebbe una bestemmia, la più grave delle bestemmie. Al contrario se c’è verità, se c’è vita, se c’è libertà, se c’è passione, lì metti il nome di Dio, metti il nome di padre. Perché Dio è padre e i suoi figli li vuole intensi e liberi.

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don GIANANTONIO BORGONOVO 

Prima lettura  : Es 32,7-13b

Seconda lettura – : EPISTOLA: 1 Ts 2,20 – 3,8

Es 32-34 è il passo che sta «al centro» della Tôrâ e presenta l’archetipo della storia di Israele: la «carta d’identità» del Dio dell’esodo (cf Es 34,6-7) e il peccato di Israele si confrontano e rivelano i “caratteri” dei due partner dell’alleanza. La struttura della sezione segue la sequenza  della storia deuteronomistica: peccato, castigo, perdono e rinnovazione del patto.

In poco tempo, poche settimane, Israele tradisce l’alleanza appena stipulata ai piedi del Sinai. Anzi dovremmo dire che l’alleanza non è ancora stata completamente stipulata e Israele tradisce il primo Comandamento, raffigurandosi con l’immagine del toro il Dio che li aveva liberati dalla schiavitù d’Egitto. I figli d’Israele avrebbero voluto qualcosa di sensibile e di visibile che facesse sentire loro la vicinanza del loro Dio. Aronne diventa il loro intermediario, come appunto l’aveva incaricato Mosè (cf Es 24,14). La richiesta è pesante: fabbricare un dio che cammini alla loro testa. Aronne non ha avuto il coraggio di rifiutare la richiesta.

Agostino e altri padri interpretano la richiesta di tutti i loro ornamenti aurei come il tentativo di Aronne per sviarli dal loro proposito, sottolineando l’aspetto costoso della richiesta, ma il fanatismo (specie religioso) non si ferma nemmeno davanti a esose richieste.

Israele costruisce un altare all’idolo, al quale Israele offre un sacrificio (v. 6). Proprio in quel momento Mosè stava per ricevere le tavole dell’alleanza dal Signore, il quale subito lo avvisa di quanto stava accadendo giù in valle. Il peccato di Israele , diventa il linguaggio della fedeltà del Signore a Israele nonostante tutto e sul versante d’Israele indica per Mosè il rifiuto di sostituirsi all’unicità di Abramo, preferendo intercedere per il suo popolo (vv. 11-13), sul fondamento della memoria dell’alleanza stretta con Abramo, Isacco e Giacobbe. we ʿattâ hannîḥâ lî «ed ora, lasciami solo». Si tratta di un invito amichevole, più che di un comando, quasi che la presenza di Mosè – con la sua prevista intercessione – potesse diventare un ostacolo all’ira pronta a infiammarsi contro Israele per divorarli. Dio vorrebbe separare la sorte di Israele da quella di Mosè: «ma di te farò un grande popolo» (cf Nm 14,12). Certo Dio avrebbe potuto moltiplicare la genealogia di Mosè al pari di quella di Abramo, ma in quel caso avrebbe azzerato la sua promessa e il suo giuramento e i suoi progetti a riguardo del popolo  «goiello» tra tutti gli altri popoli sarebbero stati cancellati per almeno seicento anni e forse più.

Essere figli di Abramo è la singolare e gloriosa eredità del popolo dell’alleanza. Ciò tuttavia non deve e non può diventare un motivo di vanto che fa perdere la percezione del legame originario con ✨, il Dio dell’alleanza. Egli solo può permettere la realizzazione della sua promessa. ✨sarebbe in grado di suscitare figli di Abramo anche dalle pietre (cf Mt 3,9), ma mai smentirà il giuramento fatto ad Abramo e alla sua discendenza  «per sempre». vv. 11-13b: La promessa fatta ai patriarchi diventa la motivazione fondamentale della preghiera di Mosè. Come la promessa era stata proclamata soltanto con un giuramento fondato in modo esclusivo su Dio stesso («per te stesso»), così anche la domanda nella preghiera non può essere esposta se non nel Nome stesso di Dio, quel nome che per noi cristiani è donato a Cristo Gesù, nella sua croce (cf Fil 2,9-11).

EPISTOLA: 1 Ts 2,20 – 3,8

Timoteo era stato mandato da Paolo a Tessalonica per avere fresche notizie circa la situazione in cui versava la comunità e «per confermarvi ed esortarvi nella vostra fede, perché nessuno si lasci turbare nelle prove»: il tentatore è sempre in agguato e avrebbe potuto cancellare tutta l’opera apostolica che era costata molta fatica. Ora però che Timoteo è tornato con buone notizie, nonostante tutte le necessità e tribolazioni l’Apostolo dice di sentirsi consolato, a motivo della salda fede dei Tessalonicesi. Anche le nostre comunità oggi devono continuare a στήκειν ἐν κυρίῳ «rimanere saldi nel Signore»: ciò significa continuare a vivere la fede di Abramo, il primo dei credenti al modo di Gesù, e non tradire la nostra identità di veri figli di Abramo.

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SALMO: Sal 105 (106), 6-7c. 43ab. 44-46

Da: “ I SALMI”  di D.M. Turoldo – G. Ravasi  – Pag 370-371

Nella festosa assemblea liturgica del Tempio si fa silenzio e quattro fedeli si alzano per cantare un loro personale ex voto .Il primo è un ex carovaniere che evoca il terrore passato quando la sua carovana perse la pista nel deserto votandosi ad una morte orribile per sete (vv 4-9)

Il  Salmo  si chiude nei vv 33-43 con un inno alla storia della salvezza vissuta da tutto Israele nell’esodo, nel dono della terra promessa e nel ritorno in essa dopo la tragedia dell’esilio babilonese.

PREGHIERA

La tua mano potente , Dio nostro, fa esplodere di vita anche il deserto: ricordati della tua fedeltà verso il popolo e donagli ancora la presenza del tuo Spirito (D.M. Turoldo)

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